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Beirut Sotto Attacco: Notte di Terrore nei Sobborghi Sud, Israele Colpisce Ancora

Immaginate per un attimo la vivace Beirut, magari una sera come tante altre. State tornando a casa, la testa piena dei pensieri della giornata, forse già proiettata a domani. E poi, dal nulla, un boato. Non il brontolio lontano di un temporale estivo, ma il suono sordo e terribilmente vicino della violenza che irrompe nella quotidianità. È successo proprio così, martedì mattina presto, nei sobborghi meridionali della capitale del Libano: un attacco aereo Israele ha squarciato la notte, portando morte e paura a Beirut. Il bilancio, confermato dal Ministero della Sanità libanese, parla di almeno tre vite spezzate e sette persone ferite. Una ferita pesante, che getta un’ombra ancora più cupa su quella che chiamavamo tregua, ma che, ammettiamolo, sembrava già appesa a un filo sottilissimo nel complesso scenario del Medio Oriente.

Ma cosa è successo esattamente a Dahiyeh, il quartiere colpito? Parliamo di un’area densamente popolata, a sud di Beirut, nota per essere una roccaforte del movimento Hezbollah. Chi c’era racconta scene drammatiche. Un collega di Reuters sul posto ha descritto i danni evidenti agli ultimi tre piani di un edificio: balconi divelti come strappati via, detriti ovunque. Ma ecco un dettaglio che fa pensare: i vetri ai piani inferiori erano intatti. Cosa ci suggerisce? Probabilmente un raid chirurgico, mirato. Certo, la precisione militare non attenua il terrore di chi si è trovato sotto le bombe. Le ambulanze hanno fatto la spola, mentre molte famiglie – colte alla sprovvista, pare senza alcun preavviso – cercavano disperatamente un rifugio altrove. Il panico, possiamo solo immaginarlo.

E qui sorge la domanda cruciale: chi era nel mirino? L’esercito israeliano è stato diretto: hanno dichiarato di aver eliminato un militante di Hezbollah. Non uno qualsiasi, ma un uomo che, secondo Tel Aviv, avrebbe recentemente

“guidato agenti di Hamas e fornito loro assistenza”

. Una figura chiave, quindi, in quella rete complessa di alleanze che innerva la regione. Da parte di Hezbollah, almeno inizialmente, è calato il silenzio sull’identità della persona colpita. Un silenzio che apre interrogativi, in attesa di conferme o smentite ufficiali. Questo episodio di acuta tensione internazionale non è un fulmine a ciel sereno; segue un altro attacco israeliano nella stessa zona pochi giorni prima. È un’escalation premeditata nel lungo conflitto israelo-libanese? Un avvertimento? Difficile avere certezze, ma l’aria è pesante, quasi irrespirabile.

La reazione del Libano? Dura, prevedibilmente. Il presidente libanese Joseph Aoun ha parlato senza mezzi termini, definendolo un

“avvertimento pericoloso”

che suggerirebbe

“intenzioni premeditate contro il Libano”

. Capite il peso di queste parole? Non un incidente isolato, secondo Beirut, ma parte di un disegno più ampio. Aoun ha invocato una risposta diplomatica forte, chiamando a raccolta gli alleati internazionali per difendere la sovranità del paese. Gli ha fatto eco il primo ministro, Nawaf Salam, condannando l’attacco come una

“flagrante violazione”

sia della Risoluzione ONU 1701 sia del cessate il fuoco. Salam ha assicurato un monitoraggio costante, in contatto con i ministeri competenti.

A proposito, ricordiamocela bene quella Risoluzione ONU 1701. Nata per chiudere la guerra del 2006 tra Israele e Hezbollah, imponeva condizioni chiare: sud del Libano smilitarizzato da Hezbollah, dispiegamento dell’esercito libanese, ritiro israeliano. Sembrava un buon piano, no? Peccato che da allora sia stato un continuo rimpallo di accuse reciproche di violazione. È come un elastico teso allo spasimo, sempre sul punto di spezzarsi. E ultimamente, quell’elastico è sembrato ancora più fragile. La tregua, faticosamente mediata dagli USA, scricchiola paurosamente. Israele ha rinviato un ritiro promesso e, a marzo, ha dichiarato di aver intercettato razzi dal Libano, rispondendo con bombardamenti. Hezbollah, dal canto suo, ha negato coinvolgimenti. Un gioco pericoloso, fatto di azioni e reazioni che alimenta solo altra violenza.

E Washington? La posizione espressa martedì dal Dipartimento di Stato è stata netta: Israele si stava difendendo da attacchi missilistici partiti dal Libano. Gli USA hanno puntato il dito contro i “terroristi” per la ripresa delle ostilità.

“Le ostilità sono riprese perché i terroristi hanno lanciato razzi contro Israele dal Libano”

, ha dichiarato un portavoce, ribadendo il sostegno alla risposta israeliana. Una posizione che, tuttavia, fa poco per abbassare la febbre in una regione già surriscaldata.

Infine, non possiamo leggere questa cronaca estera senza guardare al quadro generale. Questo scontro tra Israele e Libano è indissolubilmente legato alla devastante guerra Gaza, scatenata dall’attacco di Hamas in Israele il 7 ottobre 2023. Da quel momento, Hezbollah, alleato di Hamas e sostenuto dall’Iran, ha intensificato i lanci di razzi verso Israele, dichiarando di agire a sostegno dei palestinesi. Mentre a Gaza il numero delle vittime continua a salire in modo terrificante (oltre 50.000 morti secondo le autorità sanitarie palestinesi), la spirale di violenza si allarga, trascinando attori regionali in un vortice sempre più difficile da fermare. La notte di Beirut è stata infranta dalle bombe. La domanda che resta sospesa è: quando sorgerà finalmente l’alba della pace su questo tormentato angolo di Medio Oriente?

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