Immaginatevelo: Kherson, una città martoriata nel sud dell’Ucraina, sprofonda di colpo nel buio pesto. Non un blackout qualsiasi, eh? Parliamo del risultato diretto, tangibile, di un attacco russo che ha mirato dritto al cuore pulsante dell’energia cittadina. Quarantacinquemila anime, avete letto bene, si ritrovano da un momento all’altro senza luce né riscaldamento. Fa accapponare la pelle, vero? E tutto questo proprio mentre si sussurrava di una possibile, fragilissima tregua. La realtà, però, come spesso accade in guerra, ha deciso di raccontare una storia ben diversa, decisamente più cupa.
È una situazione che ci sbatte in faccia la dura verità: quella che sembrava una piccola luce in fondo al tunnel, una pausa dai bombardamenti sulle infrastrutture energetiche, si è rivelata un’illusione fugace. Perché questa vicenda di Kherson è importante? Perché ci mostra, senza filtri, quanto sia difficile spegnere le armi quando la sfiducia regna sovrana e gli obiettivi strategici restano sul tavolo.
A gettare benzina sul fuoco delle tensioni ci ha pensato Andrii Sibiha, il vice capo dell’ufficio presidenziale ucraino con delega alla diplomazia. Senza tanti giri di parole, parlando accanto al ministro degli Esteri lituano, ha puntato il dito contro Mosca.
“La Russia continua a violare l’accordo”,
ha dichiarato Sibiha, riferendosi a quell’intesa quasi sussurrata la settimana scorsa, frutto di colloqui separati mediati dagli USA con Kyiv e Mosca. L’idea era di fermare, almeno temporaneamente, gli attacchi alle centrali elettriche. Un’idea logica, quasi ovvia per proteggere i civili dalla morsa del gelo e del buio. Ma si sa, le speranze in tempo di guerra sono come castelli di sabbia.
E qui sorge spontanea la domanda: ma che fine ha fatto quella specie di tregua? La settimana scorsa, Washington aveva rilasciato comunicati distinti, uno per parte, annunciando una sorta di moratoria sui raid energetici. Bello, bellissimo. Peccato che mancassero i dettagli cruciali: date precise? Condizioni chiare? Nemmeno l’ombra. Un accordo un po’ fumoso, diciamocelo francamente, che lasciava presagire esattamente quello che è successo: un nulla di fatto.
Il risultato? Un triste ping-pong di accuse. Kyiv denuncia l’attacco a Kherson, sottolineando la disperazione di decine di migliaia di civili. Mosca, per tutta risposta, martedì scorso tramite il suo Ministero della Difesa, ha ribaltato la frittata: sarebbero stati gli ucraini a colpire un’infrastruttura energetica nella regione russa di confine di Belgorod. Insomma, un dialogo tra sordi dove, come sempre, a farne le spese sono le persone comuni, intrappolate in una spirale di violenza e privazioni.
Non nascondiamoci dietro un dito: la rete energetica è diventata un campo di battaglia a sé stante, una vera e propria guerra nella guerra. L’invasione russa ha lasciato cicatrici profonde sul tessuto infrastrutturale ucraino, non solo vite spezzate (si parla di centinaia di migliaia tra morti e feriti, cifre che gelano il sangue), ma anche reti elettriche a brandelli. Intere regioni sono rimaste al buio per giorni, settimane, soprattutto durante gli inverni più rigidi. Una strategia che mira a piegare la resistenza fiaccando la popolazione.
Ma l’Ucraina non è rimasta a guardare inerme. Ha risposto con la stessa moneta, o quasi. Utilizzando droni, ha iniziato a colpire obiettivi energetici strategici in territorio russo: raffinerie, depositi di carburante. Kyiv lo dice chiaramente: non sono attacchi casuali. L’obiettivo è tagliare i rifornimenti alla macchina bellica russa che opera in Ucraina. È come provare a recidere le arterie che alimentano il nemico. Una tattica comprensibile dal punto di vista militare, forse, ma che rischia di alzare ulteriormente la posta in gioco e rendere la situazione ancora più infiammabile.
E mentre le bombe cadono e le luci si spengono, c’è un’altra partita, più silenziosa ma non meno cruciale, che si gioca sui tavoli della diplomazia e dell’economia. Lo stesso Andrii Sibiha ha toccato questo nervo scoperto, parlando della necessità di trovare un accordo “reciprocamente accettabile” con gli Stati Uniti riguardo le immense risorse minerarie ucraine. Già, perché sotto la cenere della guerra cova anche la brace degli interessi economici.
Pare che una bozza precedente, che avrebbe concesso agli USA un accesso privilegiato a queste risorse, fosse stata mal digerita a Kyiv, vista quasi come un prezzo troppo alto da pagare per gli aiuti. Ricordate le frizioni tra Zelensky e l’amministrazione Trump? Ora, con l’attuale governo USA, si cerca di rinegoziare, legando la questione al flusso continuo di supporto militare e finanziario, vitale per la resistenza ucraina.
“È fondamentale rafforzare la presenza delle aziende americane in Ucraina”,
ha ammesso Sibiha,
“e lavoreremo con i colleghi americani per trovare una quadra che soddisfi entrambi”.
Insomma, ci troviamo di fronte a un groviglio complesso. Da un lato, l’emergenza umanitaria a Kherson, simbolo della Crisi Energetica indotta dal conflitto. Dall’altro, una Tregua Violata che palesa l’abisso di sfiducia tra le parti. Sullo sfondo, si muovono le pedine della Geopolitica, con i rapporti USA Ucraina al centro di delicate trattative economiche e militari. La situazione attuale è un intreccio inestricabile di fattori: la Guerra Ucraina, gli eventi specifici come a Kherson, la Crisi Energetica, le azioni della Russia e l’ultimo Attacco Russo, la questione della Tregua Violata, le dinamiche di Geopolitica globale, i rapporti USA Ucraina, la vulnerabilità delle Infrastrutture Energetiche, e figure chiave come Andrii Sibiha che cercano di navigare queste acque incredibilmente turbolente. La notte a Kherson resta buia, e il cammino per l’Ucraina appare ancora lungo, difficile e pieno di incognite.