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Myanmar Sotto le Macerie: Terremoto Uccide Oltre 1600 Persone, il Mondo si Mobilita tra Difficoltà e Guerra

Immaginate la terra che si squarcia sotto i piedi, case che implodono come castelli di carte. Ora, aggiungete a questo scenario già apocalittico il suono sinistro degli spari in lontananza. Non è la trama di un film d’azione, ma la cruda realtà che sta vivendo il Myanmar dopo il devastante terremoto di venerdì scorso. Una Catastrofe Naturale di proporzioni immani che ha colpito al cuore una nazione già profondamente ferita, rendendo la corsa per i Soccorsi Internazionali una sfida contro il tempo e… contro la follia umana. Davvero si può combattere mentre si cerca di salvare vite?

Le cifre ufficiali rilasciate dalla Junta Militare Myanmar parlano di oltre mille vittime, ma è un numero che, purtroppo, tutti sappiamo essere destinato a crescere esponenzialmente. Gli esperti dell’USGS, il servizio geologico statunitense (gente che di solito ci azzecca, purtroppo), ipotizzano uno scenario da incubo: le vittime potrebbero superare quota 10.000. Diecimila persone. Fermatevi un attimo a realizzare la portata di questa tragedia. E come se non bastasse, i danni economici rischiano di polverizzare il prodotto interno lordo del Paese. È una crisi nella Crisi Myanmar, un colpo durissimo per un’area dell’Asia Sud-Est già segnata da conflitti e instabilità.

Di fronte a questo disastro, persino la junta al potere ha dovuto fare qualcosa di insolito: chiedere aiuto. Un appello lanciato mentre le prime, terribili immagini dalle zone colpite iniziavano a filtrare. E il mondo, per fortuna, sta rispondendo. Gli Aiuti Umanitari stanno iniziando ad affluire. Squadre specializzate in Ricerca e Soccorso da Cina, Hong Kong, India, Russia e molti altri Paesi sono già sul campo o in arrivo, con cani addestrati e attrezzature sofisticate, spesso l’unica speranza per estrarre qualcuno vivo da quell’inferno di macerie. Persino l’UE e gli Stati Uniti, nonostante le relazioni, diciamo, “complicate” con il regime, hanno promesso fondi e supporto. È la cosiddetta Emergenza Umanitaria che chiama, e la solidarietà, almeno a parole, sembra superare le barriere politiche.

Ma ecco il punto dolente, l’ostacolo che rende tutto terribilmente più complesso. Far arrivare gli aiuti è una cosa, distribuirli efficacemente in un Paese con infrastrutture danneggiate e una situazione politica così tesa è tutta un’altra musica. Strade interrotte, ponti crollati, ospedali inagibili… la logistica è un puzzle diabolico. E poi c’è l’assurdità più grande, denunciata a chiare lettere da un inviato speciale dell’ONU: mentre si scava tra le macerie, in alcune delle aree più colpite dal sisma, l’esercito avrebbe continuato le operazioni militari contro i gruppi etnici ribelli.

“È inaccettabile che le operazioni militari continuino mentre si tenta disperatamente di salvare vite umane”, ha tuonato l’inviato ONU, chiedendo uno stop immediato alle ostilità.

Basterà questa condanna a fermare i combattimenti? Sperare è d’obbligo, ma il cinismo purtroppo suggerisce cautela.

Nel frattempo, la tecnologia prova a dare una mano: il sistema satellitare Copernicus dell’Unione Europea sta mappando i danni dall’alto, cercando di fornire una guida preziosa per capire dove concentrare gli sforzi. Ma sul terreno, la realtà è fatta di persone come Htet Min Oo, un ragazzo di 25 anni che, salvato dai vicini, ha poi scavato a mani nude per ore nel tentativo disperato di ritrovare la nonna e gli zii sotto le macerie della loro casa.

“Non so se sono ancora vivi là sotto”, ha raccontato ai giornalisti, la voce rotta dalla fatica e dal dolore. “Dopo tutto questo tempo… non credo ci sia più speranza”.

Sono queste le storie che danno il volto vero alla tragedia, la lotta impari della gente comune contro il tempo e la mancanza di mezzi.

La strada per il Myanmar è terribilmente in salita. La ricostruzione sarà un’impresa titanica, non solo per le infrastrutture, ma per ricucire un tessuto sociale lacerato da decenni di divisioni e ora da questa immane tragedia. Servirà uno sforzo corale, internazionale e locale, ma soprattutto servirà il silenzio delle armi. Perché, diciamocelo, come si può ricostruire la speranza sotto il fuoco incrociato?

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